Il Gatto con gli Stivali

La favola del Gatto con gli Stivali è una antica favola europea di cui si hanno testimonianze già dal 1600.

Ci sono diverse versioni che si possono trovare anche su Internet, quella che vi proponiamo noi è tratta dal libro The Blue Fairy Book di Andrew Lang tradotta da noi dello Staff di GattoParty direttamente dall'originale in inglese il cui titolo originale è Puss in Boots o anche The Master Cat.

C'era una volta un povero mugnaio che, giunto il momento della sua morte, lasciò ai suoi tre figli tutti i suoi possedimenti: il suo mulino, il suo asino e il suo gatto.

I tre fratelli si spartirono tra di loro l'eredità senza neanche chiamare un avvocato o un notaio perchè erano così poveri che se lo avessero fatto sarebbero rimasti senza nulla.

Il più vecchio dei tre fratelli ereditò il mulino, il secondo l'asino e il terzo, il più giovane, non ereditò nient'altro che il gatto.

Il più giovane dei fratelli era molto triste per aver ricevuto una parte così povera degli averi del padre: «I miei fratelli», disse, «possono vivere abbastanza bene unendo il loro patrimonio; ma io, quando avrò mangiato il gatto, e mi sarò fatto uno scaldamani con la sua pelle, morirò di fame.»

Il gatto, che sentì tutto questo, ma fece finta di non aver sentito, gli disse con aria seria: «Non essere così triste, mio padrone, non devi fare altro che darmi un sacco e prendermi un paio di stivali fatti apposta per me cosicchè io possa camminare attraverso lo sporco e i rovi e così vedrai che non hai avuto un'eredità così povera come quella che credi.»

Il padrone del gatto non credette molto a quello che gli disse; certo, lo aveva spesso visto mettere in atto un gran numero di trucchetti per catturare ratti e topolini... come quando era solito stare in piedi sulle zampe posteriori, oppure nascondersi nel prato e fare finta di essere morto; ma visto che non aveva nulla da perdere decise di lasciarsi aiutare dal gatto dandogli quello che chiedeva.

Quando il gatto ebbe quello che aveva chiesto si infilò gli stivali e mise la sacca attorno al suo collo. Tenne i lacci del sacco nelle sue zampe anteriori ed entrò in una tana piena di conigli. Mise un po' di crusca e di carote nella sua sacca e si stese a terra fingendo di essere morto in attesa che qualche giovane coniglio ingenuo finisse nella sua sacca per mangiare quello che vi aveva messo dentro.

Non aveva messo tante cose nella sua sacca, ma ottenne comunque quello che voleva. Subito un giovane e ingenuo coniglio saltò dentro la sua sacca, e il gatto immediatamente tirò i suoi lacci per chiuderla, lo catturò e lo uccise senza pietà.

Fiero della sua preda, la portò al palazzo e chiese di parlare con sua Maestà.
Fu portato al piano superiore, nella stanza del Re e, facendo un profondo inchino, gli disse: «Mio signore, Vi ho portato un coniglio che, il mio nobile signore, il Marchese di Carabas» (era questo il titolo che il gatto diede al suo padrone) «mi ha comandato di portarvi da parte sua.»
«Dì al tuo signore», disse il Re, «che io lo ringrazio e che mi ha fatto molto piacere ricevere il suo dono.»

Un'altra volta si nascose fra le pannocchie, tenendo fermamente la sua sacca aperta, e quando due pernici ci finirono dentro, tirò i lacci e le catturò entrambe.
Si presentò dal Re e gliele donò, come aveva fatto prima con il coniglio. Il Re, in buona maniera, accettò le pernici con grande piacere e gli diede alcuni soldi per bere.

Il gatto con gli stivali continuò così per due o tre mesi portando a sua Maestà, di tanto in tanto, ciò che a suo dire, il suo padrone, gli ordinava di portare.

Un giorno, quando il gatto con gli stivali sapeva con certezza che il Re avrebbe fatto una passeggiata lungo il fiume con sua figlia, la più bella principessa del mondo, disse al suo padrone: «Se seguirai i miei consigli la tua fortuna è fatta. Non devi fare altro che andare a lavarti nel fiume, nel luogo in cui ti dirò, e lasciare il resto a me.»
Il Marchese di Carabas fece quello che gli aveva suggerito il gatto, senza sapere il perchè o il percome.
Mentre si stava lavando, il Re passò li vicino con sua figlia, e il gatto cominciò ad urlare: «Aiuto! Aiuto! Il signore di Carabas sta annegando!»

Sentendo queste urla il Re fece uscire la testa dal finestrino della sua carrozza e, vedendo che era il gatto che gli aveva così spesso portato dei doni, comandò alle sue guardie di andare immediatamente a dare assistenza a signoria il Marchese di Carabas.

Mentre le guardie si prodigavano per salvare il Marchese dal fiume il gatto con gli stivali si avvicinò alla carrozza e disse al Re che mentre il suo signore si stava lavando si erano avvicinati dei ladri e se ne erano andati con i suoi vestiti, nonostante lui avesse urlato: «Ladri! Ladri!» diverse volte, più forte che poteva.

In realtà il furbo gatto con gli stivali aveva nascosto i vestiti del suo padrone sotto una grande roccia. Il Re comandò immediatamente ai suoi servitori di correre a prendere i migliori vestiti per il Marchese di Carabas e si prese cura di lui in modo gentile, e non appena il Marchese indossò i suoi nuovi e bellissimi vestiti tutti si accorsero che egli era un uomo bellissimo tanto che la figlia del Re si infatuò subito di lui e, non appena il Marchese di Carabas le gettò due o tre rispettose e gentili occhiate, lei si innamorò di lui.

Il Re invitò il Marchese a salire sulla sua carrozza per prendere parte alla passeggiata mentre il gatto con gli stivali, felice di vedere che il suo progetto cominciava ad aver successo, si avviò davanti a loro e, incontrandosi con dei contadini che stavano falciando il prato, disse loro: «Buona gente, voi che state falciando il prato, se non dite al Re che il prato che state falciando appartiene al mio signore il Marchese di Carabas, sarete fatti a pezzettini.» Passando davanti ai contadini il Re chiese loro a chi quel prato appartenesse. «A nostro signore Marchese di Carabas!» risposero tutti insieme, dato che le minaccie del gatto li avevano spaventati terribilmente. «Vede, signore,» disse il Marchese, «questo è un prato che produce grandi quantità di fieno ogni anno.»

Il gatto con gli stivali, che continuava a precedere la carrozza, si incontrò con alcuni mietitori di grano e disse loro: «buona gente, voi che state mietendo il grano, se non dite al Re che tutto questo grano appartiene al Marchese di Carabas, sarete fatti a pezzettini.»

Il Re, che passò di li un momento dopo, volle sapere a chi apparteneva tutto il grano che vedeva dal finestrino della carrozza.
«A nostro signore Marchese di Carabas» risposero i mietitori e il Re fu molto compiaciuto di sentirlo, così come anche il Marchese che ricevette i complimenti del Re.

Il gatto con gli stivali andò ancora avanti dicendo le stesse parole a tutti coloro che incontrava e il Re fu esterefatto dalla vastità dei terreni che appartenevano al Marchese di Carabas.

Il gatto con gli stivali, infine, raggiunse un enorme castello, il cui signore era un orco, il più ricco che ci fosse mai stato dato che tutte le terre su cui governava il Re gli appartenevano.
Il gatto con gli stivali, che si era informato prima circa questo orco e quello che poteva fare, chiese di parlare con lui dicendo che non poteva passare così vicino questo castello senza avere l'onore di porgergli i suoi rispetti. L'orco lo ricevette con tanta civiltà quanto un orco poteva avere e lo fece sedere.

«Mi è stato detto», disse il gatto con gli stivali, «che tu hai il dono di cambiare la tua forma in qualsiasi tipo di creatura tu abbia in mente. Puoi, per esempio, trasformarti in un leone, o in elefante, o altri animali simili.»
«È vero», rispose l'orco repentinamente, «e per convincerti ora mi vedrai trasformare in un leone.»

Il gatto con gli stivali fu terrificato alla vista del leone così vicino a lui che immediatamente si nascose dentro alla grondaia, non senza abbondanza di problemi e pericoli per colpa dei suoi stivali che non erano adatti a correre sulle tegole del tetto.

Dopo un po', quando il gatto con gli stivali vide che l'orco aveva riassunto la sua forma naturale scese giù e ammise di essersi spaventato molto.
«Mi è stato inoltre detto», disse il gatto con gli stivali, «ma non riesco proprio a crederci, che hai anche il potere di prendere la forma dei più piccoli animali; per esempio diventare un ratto oppure un topolino, ma ad essere sincero credo che questo sia impossibile.»

«Impossibile?!», si mise a ridere l'orco, «lo vedrai con i tuoi stessi occhi!»
E mentre pronunciava questo si trasformò in un topolino e cominciò a correre in giro per il pavimento.
Il gatto con gli stivali, non appena vide questo, gli saltò addosso e se lo mangiò in un sol boccone.

Nel frattempo il Re, che vide, mentre passava, il bel castello dell'orco, pensò di avvicinarsi. Il gatto con gli stivali, che sentì il rumore della carrozza di sua Maestà fuori dal castello, corse fuori e disse al re: «Sua Maestà è benvenuta nel castello del signor Marchese di Carabas.»

«Cosa?! Marchese,», esclamò il Re, «anche questo castello le appartiene? Non ci potrebbe essere niente di più bello di questa corte e di tutti gli edifici che circondano questo castello. Entriamo!»

Il Marchese porse la mano alla principessa e seguì il Re che entrò per primo. Entrarono in uno spazioso salone, dove trovarono una magnifica colazione che l'orco aveva preparato per i suoi amici, che, proprio in quel giorno, avrebbero dovuto fargli visita, ma che non osarono entrare sapendo che il Re era lì.

Sua Maestà fu molto compiaciuto dalle buone qualità del Marchese di Carabas e così anche sua figlia che oramai era innamorata perdutamente di lui e, vedendo la vastità dei terreni che possedeva, gli disse, dopo aver bevuto cinque o sei bicchieri: «Sarebbe un vero peccato, mio Marchese, se lei non diventasse mio genero!»

Il Marchese, facendo molti profondi inchini, accettò l'onore che sua Maestà gli aveva conferito e perciò, proprio quello stesso giorno, sposò la principessa. Il gatto con gli stivali diventò un grande Lord e non corse più dietro un topolino se non per suo svago.




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